AND THE WINNER IS...

Ovvero, attraversare il confine sino-kazako come a passeggio su Hollywood Boulevard...

30 Agosto 2005. Ore 9:30. 

Abbiamo lasciato l'Yili Hotel prima dell'alba per arrivare al confine prima dell'apertura, ma tutto giace nel silenzio e non c'e' nessuno in vista, soltanto una guardia di dogana rintanata nella guardiola di metallo arrugginito, oltre il cancello chiuso. "Il confine e' chiuso, non riaprira' fino a domani alle 10:00". Una festa nazionale kazakha non meglio identificata, ha lasciato tutto il paese fermo per 2 giorni, confini inclusi. La guardia enfatizza il tamen (loro), per far notare che sono i Kazakhi a voler chiudere il confine. Se fosse per la Cina, sarebbero aperti e funzionanti 365 giorni l'anno... Imprevisti che capitano. Sorridiamo all'idea che, sotto sotto, la Cina non ci voglia lasciar andar via e ci rassegnamo al fatto di dover trascorrere 24 ore a Korghos.

31 Agosto 2005. Ore 9:00.

Img_5085Illusi di poterci posizionare a buon punto della coda, arriviamo al confine un'ora prima dell'apertura solo per trovare una massa da stadio, congregata disordinatamente a ridosso del cancello. Ci sono gli arretrati di due giorni di chiusura, ognuno carico di borse, carrelli, valigie, sacchetti. Korghos sembra essere il classico confine di serie B, il confine dei disperati che si arrabattano a trasportare merci cinesi oltre confine da rivendere a caro prezzo. Il sole splende e la catena innevata del Tianshan fa da sfondo alla lunga cancellata: la nostra odierna terra promessa, la mia 35esima crocetta. Dopo i consueti rituali militari, una guardia arriva ad aprire lo spiffero di passaggio... Inizia il putiferio. La folla impazzisce, spinge verso il cancello, borse passano sopra le nostre teste e vengone gettate dall'altra parte della cancellata. I piu' arditi scavalcano il cancello. Io resisto per circa 40 secondi prima di rendermi conto che non ho nessuna intenzione di vivere questa situazione da attarversamento illegale della Cortina di Ferro, ne', tanto meno, di farmi schiacciare da questa massa di huligans sino-sovietici per una crocetta... Henri non e' d'accordo, "Do you want to get stuck here?" "Better stuck than crushed" e' la mia risposta, mentre tento di uscire dalla folla. Henri resiste ancora un attimo, poi mi raggiunge.

Ci spostiamo verso il cancello di passaggio degli automezzi, ma la guardia e' categorica sull'impossibilita' di passare a piedi da li. Scandaglio ogni autobus in coda, ma nessuno e' disposto ad accettarci a bordo. Prima di gettare la spugna e tornare all'albergo, faccio un'ultimo tentativo. Il mio panico da folla (sacrosanto, a mio parere...) ci ha messi in questa situazione e tocca a me cercare di risolverla. Non potendoci permettere la carta della corruzione (un passaggio in macchina costa 100 USD), gioco la carta della compassione. Intravedo un poliziotto che sembra avere il controllo sui mezzi che si avvicinano al cancello. Lo fermo e inizio lo show. Occhio da bambi, voce tremante da donna sull'orlo di una crisi di nervi... (conversazione in cinese) "Siamo bloccati qui da due giorni, domani mattina abbiamo un volo da Almaty per tornare al nostro paese e oggi e' l'ultima possibilita' per attraversare il confine, ma c'e' troppa gente, e' impossibile, c'e' troppa gente.... In nome dell'amicizia dei popoli, la prego di aiutarci." Risposta insperata: "Un attimo, vedo cosa posso fare" Si allontana. Lo vediamo parlare con un paio di persone, parlare ad una ricetrasmittente. In pochi minuti ritorna verso di noi, accompagnato da un'ufficiale in divisa della dogana, minuto e anziano, che ci viene presentato come il "lingdao" (il comandante) Spieghiamo direttamente a lui tutta la situazione. Anche per il bis, interpretazione impeccabile. Tra un "mei xiangdao..." (non immaginavo...) e un "buhao yisi" (mi perdoni per il disturbo...) il lingdao ci dice di seguirlo. Lo seguiamo oltre la sbarra degli automezzi...lo seguiamo superando la coda di coloro che, passato il cancello, attendono di entrare in dogana...lo seguiamo oltre la coda di coloro che, entrati in dogana, attendono il controllo passaporti. Ci affida ad un altro ufficiale che compila la "exit card" per noi. Il controllo passaporti e' immediato. Sento gli occhi di tutte le decine di persone in coda puntati addosso, e tra i commenti della folla riconosco una frase in cinese: " Dev'essere una qualche celebrita' americana..." 

Superato il controllo passaporti, usciamo nel cortile dove il lingdao ha organizzato una macchina che ci giudi immediatamente al controllo passaporti kazako. "Feichang ganxie, lingdao"   "MEI SHI..."  ("Lingdao, le sono estremamente grata.." "Di nulla...") Cosi', lasciamo la Cina, con l'immagine del lingdao di fronte agli occhi, prima che chiudano la portiera.

Lasciamo la Cina un po' come l'abbiamo vissuta: da privilegiati. Lasciamo la Cina con la conferma di cio' che Iole mi disse una volta, e che reputo ancora come una grande verita' "In Cina, quando qualcuno ti da un calcio in culo, c'e' sempre qualcun'altro pronto a raccoglierti per non farti cadere" . Lasciamo la Cina e chiudiamo un capitolo agrodolce...

E l'avventura, ora, inizia davvero....

T'AMO, O PIO MUTTON...

Dopo la timidezza alimentare dei primi giorni, sono finalmente tornata alla piena sperimentazione. Chiamatelo coraggio, chiamatela follia, ma di fronte ad un kaorouchuanr (spiedino di montone) caldo di brace, colante di grasso e spezie, infilato in un pezzo di pane al sesamo, non riesco quasi mai a tirarmi indietro. Non mi sono mai tirara indietro nelle folli notti shanghaiesi e certo non lo faro' qui in Xinjiang, la patria del kaorouchuanr, il paradiso del carnivoro. L'intera provincia e' un gigante barbecue e l'aria e' sempre colma dell'odore pungente del carbone bruciato. La dimensione dei pezzi di carne e' andata aumentando strada facendo e dai piccoli bocconcini croccanti dei mercati del Gansu, siamo arrivati ai succosi pezzettoni di filetto di Visal, il re dello spiedino di Yining, nell'estremo nord-ovest del Xinjiang.

Agli chuanr (noti anche al mondo non cinese come Shishkebab o altre simili pronunce) si aggiunge poi il fantastico zhuafan, riso e carote (sia le classiche arancioni, che una simpatica variante gialla) fritto in abbondanti quantita' d'olio in un immenso calderone e accompagnato da vari arti di montone con ossa protuberanti, facili da afferrare e divorare spietatamente. Ogni sera abbiamo lunghe sessioni di filo interdentale e la mattina, neanche a dirlo, ci alziamo belando...

Lungo la strada ci sono anche carretti specializzati esclusivamente nella vera primizia: la testa di montone. La vista dei teschi letteralmente scarnificati a morsi, lasciati sui tavoli, mi crea ancora un certo blocco, che francamente non credo di voler superare...

IL MARE NEL DESERTO

Il mercato notturno di Kucha viene allestito ogni sera sui marciapiedi dell'isolato su cui sorge il principale centro commerciale della citta' nuova. La posizione non e' attraente e i tavolini e sedie di plastica non evocano certo atmosfere da mille e una notte, ma il luogo e' piacevole, di una piacevolezza familiare, un po' da Festa dell'Unita', o da lungomare adriatico, il che e' alquanto bizzarro, considerate le distanze dal mare da record (Urumqi pare essere la citta' del mondo piu' distante dal mare). Sara' l'odore di sabbia del deserto e la brezza notturna, saranno i baracchini che ovunque vendono granite, fette di anguria o croccanti di mandorle, uvetta e miele, saranno i volti abbronzati e gli occhi mediterranei dei venditori, ma c'e' ovunque un'atmosfera rilassata e casalinga che non mi aspettavo certo di trovare in questa parte del mondo.

Siamo strategicamente arrivati a Kucha di venerdi', giusto in tempo per il grande bazaar settimanale, dove ognuno sembra davvero vendere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano. Ci sono interi camion a rimorchio strabordanti di meloni, e signore con 12 noci contate, suddivise a gruppi di 4 e null'altro. Il banchetto che sembra avere piu' successo e' quello delle lamette Gillette, letteralmente preso d'assalto. La barba e' uno dei tanti caratteri che distinguono l'etnia Uigura da quella Han e dalle altre etnie presenti in Cina ed Henri ha finalmente smesso di essere un fenomeno da baraccone (in Qinghai, uomini, donne e bambini non avevano nessuna remora a strofinarne le braccia pelose e la faccia, con stupita ammirazione...) Ora sono io a non voler diventare il fenomeno e mi sto gia' perfettamente inserendo nel contesto islamico, con maniche lunghe e testa coperta. (piu' per ripararmi dal sole cocente che per reale etichetta) Sono entrata cosi' bene nella parte che ci hanno perfino chiesto se fossimo Pakistani. Pakistani?!?!?! Non abbastanza bene per evitare che un guidatore di carretto con asino mi tirasse addosso un pezzo cavolo con gesto di disprezzo, non so se per il mio essere turista, bianca, straniera o donna. Non lo so e, francamente, non mi interessa. Fino a questo momento abbiamo trovato solo gente ospitale, gentile e onesta. Abbiamo ricevuto tanti sorrisi e strette di mano (nota x Alice e Sila: tra cui un paio molto 'gaetani' ....) e l'espressivita' e la bellezza di questa gente, sono una ventata di aria nuova, cosi' diversa da certi grigiumi Han (perdonatemi la breve nota polemico-razzista, non lo faro' piu'...)

LA DUNA GRATIS

Ma ci pensate dove siamo? In mezzo al deserto, in bicicletta, probabilmente persi, sicuramente persi...

La strada che dal centro di Dunhuang porta alle dune corre dritta e deserta, sotto il sole ancora cocente delle 6. A Pechino sono le 6, qui ad occhio e croce saranno al massimo le 4, ma e' Pechino che comanda e che detta l'orario. Meglio cosi'! Le giornate sono piu' lunghe e avremo piu' tempo per goderci il tramonto di questa splendida giornata di sole. L'immensa strada a 4 corsie e pista ciclabile sufficiente per un camion, porta dritto ad un portale gigantesco che da accesso alle dune. E' gia' abbastanza sorprendente il fatto che un deserto di sabbia dalle dune alte fino a 1000 mt sorga pressoche' dal nulla per potersi stupire del fatto che i cinesi lo abbiano recintato, trasformato in un  baraccone di dubbio gusto, e che ne abbiano limitato l'ingresso al pagamento di un biglietto esorbitante. Ma ci e' giunta voce che allontanandosi dalla porta principale e percorrendo stradine laterali e' ancora possibile salire sulle dune, senza biglietto. Muniti di bicicletta e acqua fresca ci accingiamo dunque a trovare il nostro accesso alle dune.

Pedaliamo su stradine tortuose, fra giardini e baretti dall'aspetto ancora troppo turistico, ai piedi delle dune costantemente recintate. Improvvisamente l'alto recinto si trasforma in un filo spinato sempre piu' basso, sempre piu' basso, a tratti coperto dalla sabbia. Bingo! Lasciamo le bici in una specie di paludetta alberata, tra i cespugli. Oltrepassare il filo e' un gioco da ragazzi. Eccoci di fronte alla nostra duna, non troppo alta, perfetta per cominciare! Scalare una duna e' un'impresa difficile, in molti ci hanno messo in guardia. E in effetti non sono leggende metropolitane. La duna e' una sorta di muro, la cui scalata a piedi nudi e' possibile sono grazie alla presa della sabbia sugli arti dello scalatore. Scaliamo, scaliamo, ci innalziamo abbastanza per vedere il verde dell'oasi di Dunhuang dietro di noi, e abbastanza per essere notati da una guardia che ispeziona la zona. Inizia ad urlare a distanza di andarcene "Xia qu! Kuai yidian!! Xia qu! Kuai yidian!" e sia avvicina sempre piu' ad Elena, che e' in testa alla carovana di un bel po'. La strategia e' di fingere di non capire il cinese e di sperare di cavarcela in questo modo. Non occorre essere sinologi per capire quando prende Elena per un braccio e la spinge verso il basso... Ci verrebbe voglia di incazzarci, ma ci viene piu' pena per quest'uomo il cui mestriere e' di fare su e' giu' per le dune tutto il giorno, a tener fuori gli abusivi come noi. Questo si che e' un lavoro di merda! Scendere dalla duna e' un'esperienza molto piu' semplice e spassosa.

Il primo tentativo e' fallito, ma non desistiamo. Dall'alto abbiamo notato che piu' avanti anche il filo spinato si interrompe. Se riuscissimo a raggiungere il punto oltre il quale le dune cessano di essere proprieta' privata, nessuno potrebbe piu' interferire.  Riprendiamo le biciclette e cerchiamo altre strade. La seconda strada che imbocchiamo dopo un paio di kilometri si trasforma in sabbia. Pedalare e' sempre piu' difficile, infine impossibile... la strada si conclude su una duna a 90 gradi, ancora parte del recinto spinato. Maledizione, si sono presi tutto il deserto!?!?! intorno a noi cani invisibili abbaiano selvaggiamente e inizio a chiedermi se sia davvero il caso di proseguire oltre...

Ad un tratto, come per miraggio, Henri intravede in lontananza i due inglesi basettoni, la nostra fonte sulla possibilita' di trovare dune a gratis... Presto, seguiamoli! Pedaliamo e pedaliamo, tra campi di granturco e pescheti, che crescono a pochi metri dalla sabbia. Gli inglesi, poco piu' che ventenni, non sono facili da pedinare, e prima di riuscire a trovare un luogo adatto a lasciare le biciclette, i due sono gia' lontani. L'importante e' che ci abbiano, inconsapevolmente mostrato la strada. Una volta saliti sulla cima della duna, proseguire e' semplicissimo.

La_dunaMica scemi i cammelli, quando li vedi tutti in fila che delineano le dune! e' in effetti l'unico modo per proseguire! Andiamo sempre piu' in alto, e il percoso sotto di noi e' una striscia sottilissima di orme, tra due muri ripisissimi. Uno completamente in ombra, l'altro battuto dal sole ancora caldo, che lo fa brillare d'oro. Solo la presa della sabbia tiepida alle nostre caviglie ci consente di rimanere in equilibrio. Se non fossi in uno dei luoghi piu' incredibili e surreali in cui mi sia mai trovata probabilmente mi farei prendere da un attacco di vertigini! Continuiamo a scalare, ormai consci del nostro successo, fino al punto piu' alto della duna, quando gira a destra, verso una piccola conca di sabbia. Da qui abbiamo la visuale aperta sull'intera oasi e sul susseguirsi di altre dune lontane. Ci buttiamo sulla sabbia a pochi metri dagli inglesi, col dubbio che la nostra compagnia non sia esattamente gradita...ma che importa?!?!

Da qui il baraccone dell'ingresso principale si riduce a piccoli punti innocqui, se non fosse per qualche schiamazzo che echeggia, di qualche turista che stara' utilizzando il famigerato scivolo costruito sulla sabbia o chissa' quale altra giostra infernale. Qui non c'e' bisogno di nulla. Corriamo giu' nella conchetta, ci rotoliamo (io no...) ci mettiamo a testa in giu' a goderci lo spettacolo dell'orizzonte in grandangolo... Non possiamo credere di essere in Cina! Elena_e_rox_duneIl sole tramonta rapidamente. Dobbiamo tornare, se vogliamo sperare di ritrovare le biciclette e la strada di casa. Henri ci da appuntamento sotto e si butta a capofitto nella sabbia! Io ed Elena indugiamo. Scendiamo lungo la cresta da cui siamo arrivate, ma siamo troppo lente e si fa buio. Ad un tratto Elena si volta e mi dice: "Io mi sa che mi butto. Ti dispiace?" Io la guardo e le dico: "Mi sa che mi butto anch'io!" Ci guardiamo negli occhi e poi giuuuu'''''!!! E' fantasticooo!! Saltiamo qua e la, attitutite dalla sabbia. Ad un certo punto ci fermiamo, ad ammirare ancora una volta il paesaggio e piegandoci a 90 gradi, certe della presa alle caviglie, siamo improvvisamente sospese per aria, parallele a cio' che e' sotto di noi. Ci sentiamo un po' bambine...drogate! Piu' si scende e piu' occorre fare attenzione a non calpestare i cespugli spinosi cresciuti per le abbondanti piogge di quest'anno. La discesa e' lunga ed esilarante. Vorrei rifarla, se non fosse gia' quasi buio e, soprattutto, se non fosse una menata infinita ritornare in cima...

Inforchiamo le bici e sfrecciamo sul sentiero, nel tentativo di ritrovare l'uscita prima del buio completo. Tutto ad un tratto la via si riempe di cammelli, di ritorno dal baraccone...Siamo in un film... Seguendo i cammelli a ritroso ritroviamo la via pricipale. Dritta e deserta come prima, ma ora buia e spazzata da una brezza quasi fredda. Ci sentiamo come di ritorno dalla spiaggia, sporchi, affamati, stanchi di quella stanchezza sana e fanciullesca...

Erano aaannnnniiii che non mi divertivo cosi'.....

IL VENTRE DELLA BALENA

Ho i brividi di freddo, nonostante il saccoapelo protettivo, i due maglioni, il "neiku della salvezza" e la sciarpetta strategica contro gli spifferi. (Dado insegna...) Avrei anche un bisogno disperato di andare in bagno, ma so che non mi sara' mai possibile. La schiera di disperati che dorme sul corridoio sono un ostacolo insormontabile, in questo buio pesto. E' Ferragosto. In questo momento dovrei essere in spiaggia a fare a gavettoni, chesso', o ad abbuffarmi di fritto misto e pepata di cozze... Sono invece schiacciata nell'ultima fila di un lurido sleeper bus, nella provincia piu' povera della Cina, ad una media di 4500 mt di altezza, nel gelo polare della notte... Ed io che pensavo che trascorrere il Ferragosto in ufficio fosse gia' la peggiore delle punizioni....

Dopo alcuni giorni di "ricovero" a Yushu, alla scoperta dei suoi bei templi deserti e delle sue feste popolari, abbiamo preso l'irresponsabile decisione di recarci direttamente a Xining, la capitale provinciale del Qinghai, saltando qualche tappa intermedia di minor nota, per poter sperare di essere a Kashgar per una domenica (non si e' capito bene ancora quale, visto che leggendo il materiale portatoci appresso, i luoghi da visitare in Xinjiang sono andati moltiplicandosi...)

Le premesse avrebbero dovuto suscitare un campanello d'allarme: un viaggio di 20 ore, su strade "in rifacimento". La vista del pullman GranTurismo, anziche' i soliti carretti a motore che circolano da queste parti, ci aveva illuso che il viaggio verso la capitale potesse in fondo essere un esperienza relativamente confortevole.... A biglietto acquistato, l'amara sorpresa. I nostri posti sono alla fine dell'autobus, su un immensa cuccetta poligama...a castello. La sola vista del loculo mi suscita un attacco di panico claustrofobico. Cerco di corrompere ogni tibetano e cinese che mi capita sotto mano. Nessuno e' disposto a far cambio, neanche per somme che si aggirano sull'intero costo del biglietto. Sgorgano le prime lacrime. Poi mi dico: "Rossana, la finisci di fare la laowai colonialista isterica? Hai voluto la bicicletta, e mo' pedali!"  Tiro un respiro ed entro nel ventre della balena. Dopo essermi posizionata a dovere, la prospettiva non sembra nemmeno cosi' orrenda, con vista apeVentre_della_balenarta su tutto il corridoio. Io ed Elena ci liberiamo degli avanzi lasciati dai precedenti avventori (cartacce, resti di cibo, mozziconi di sigaretta incastonati nel finestrino), posizioniamo i piumoni luridi in dotazione alle nostre spalle. Penetriamo nel saccoapelo. Un habitat impeccabile. Votiamo per la filosofia del "meglio 20 ore sdraiati qui, che 20 ore seduti..." In Cina si impara a godere delle piccole gioie della vita...piccolissime...

Mezzogiorno. L'autobus parte. Addio Yushu, addio Longwang Hotel, addio gente stupenda che si e' presa cura di noi!

Dopo i primi kilometri (50...) di strada dissestata che gia' conoscevamo, il manto stradale riacquista consistenza accettabile. Proseguiamo in mezzo a distese sterminate, con montagne all'orizzonte, un orizzonte perfino piu' ampio di quello dei giorni precedenti. Le nuvole si muovono nel cielo, creando zone di luce ed ombra irreali. E' l'altipiano del Qinghai in tutta la sua potenza, un luogo apparentemente ostile alla vita, eppure punteggiato da fiori gialli e da bellissimi nontiscordardime. Non incontriamo centri abitati per ore, soltanto qualche accampamento nomade di tende bianchissime e gli immancabili yak, i veri protagonisti della zona, che ti attraversano la strada con una nonchalance disarmante, che ricorda da vicino certi ciclisti di Shanghai... Ad ogni frenata rischio di percorrere l'intero corridoio, inforcando tutti quelli che vi si sono posizionati strada facendo (classico degli autobus cinesi, che partono coi posti contati e poi raccolgono parenti e amici lungo la strada, occupando ogni centimetro occupabile...)

Passiamo un passo a 4820 metri. Subito dopo l'autista decide di fermarsi per la prima sosta...giusto per testare che nessuno svenga per mancanza di ossigeno... L'altipiano non e' il luogo ideale per i bisogni delle signore. Cerchiamo riparo in una sorta di conca, ad un metro circa dal livello stradale. Un gringos in moto pero' si accorge di noi, e si ferma a godersi lo spettacolo. Senza pudore. Imprechiamo, facciamo gestacci, ma nulla da fare. Ha un posto in prima fila e non intende rinunciarci. Decidiamo dunque di fare la nostra buona azione quotidiana. La vista di due culi bianchi, qualcosa che potra' raccontare agli amici per tutta la vita...

MaduoIl primo villaggio e' Maduo, il luogo in cui saremmo stati diretti se non avessimo cambiato i piani. La vista delle sue 10 case diroccate , 7 delle quali adibite a bettole ad uso esclusivo dei camionisti di passaggio e degli avventori dei 4 pullman giornalieri tra Yushu e Xining, rafforzano la nostra decisione: "Meglio altre 12 ore di pullman, che una notte qui..." Si' e' alzato un vento gelido e il secondo bisogno all'aperto della giornata e' un'esperienza piu' intima, ma difficoltosissima...

22:00 Ci rimettiamo in strada, mentre fuori inizia a fare buio. Presto il paesaggio non sara' piu' una distrazione, e dovremo scendere davvero a patti con il nostro essere su un autobus, come si suol dire, "in the middle of fucking nowhere..." e di doverci passare l'intera nottata.

23:00 L'autobus si trasforma in una barca e la strada e' un mare in tempesta. La pioggia che batte sui vetri e lo sciabordio delle ruote nelle pozze di fango accentuano ancor di piu' questa sensazione. Il miraggio di un manto stradale onesto improvvisamente viene meno e nella terra si aprono delle voragini spaventose.

24:00 Le nostre borse di viveri posizionate alle spalle, iniziano a cadere verso il basso. Le mele e i pomodori si insinuano tra le nostre teste, Elena sembra sempre piu' uscita da un dipinto di Arcimboldo...

1:00 L'autobus non e' una barca, e' ora un mostro che si sposta sulle sue enormi zampe palmate, facendo tremare la terra sotto di se'. Siamo a Jurassic park! Siamo tutti e tre svegli, ovviamente. Inizia la fase del riso isterico.

2:00 La strada e' pressoche' impercorribile da mezzi non cingolati. Il nostro autista sta facendo miracoli....

3:00 La pipi' si sta impossessando di ogni mio organo e sto piano piano perdendo la sensibilita' agli arti.

4:00 Finalmente una sosta vera. (non le mille fatte per consentire ad altri mezzi di passare, incluse certe retromarce improponibili...) Scatto fuori. Mi posiziono dietro al pullman, nel fango, noncurante delle luci dei freni, che si accendono proprio sul piu' bello. Anche Elena e' con me. Niente ci inibisce piu'... Henri finge di non conoscerci...

5:00 Inizia ad albeggiare e ormai cullata dai balzi, mi addormento... (Come diceva Anna dai capelli rossi: "ci si abitua a tutto, anche a stare appesi ad un chiodo")

8:00 Il ritorno su strade asfaltate, alle porte della citta' mi fa risvegliare bruscamente...

Francamente mi chiedo con che coraggio chiamino questa "risistemazione" Hanno divelto 500 km di strada in maniera selvaggia (ammettendo che la strada ci sia davvero mai stata....)

Xining ci appare come un meraviglioso porto di quiete. Prendiamo il primo taxi. Henri: "l'hotel piu' bello di Xining, presto!"  Ce lo meritiamo!